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La redazione di Ediancona intende offrire
ai suoi utenti un nuovo servizio, curato dall' Arch. Ing.
Giuseppe Fornaroli, e dall 'Ing. Daniele Gianfrini,
consistente in un approfondimento di un argomento inerente
al tema dell'edilizia, rivolto a tutti i visitatori del
"portale", siano essi titolari di imprese, tecnici, rivenditori
di materiali edili o, più in generale, a tutte quelle persone
che, in questo momento, si trovassero ad affrontare il "problema
casa", in tutti i suoi molteplici aspetti. Chiunque fosse
interessato, potrà richiedere chiarimenti ed ulteriori informazioni,
o potrà proporre altri temi, attraverso il "forum" che presto
sarà allestito all'interno del portale o spedendo un
e-mail all'indirizzo: info@ediancona.it,
oppure contattando direttamente gli autori degli articoli,
all'indirizzo giuseppefornaroli@marcheprogetti.it,
o telefonando al numero 3396116230.
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Con l'approfondimento di questo
mese (aprile 2003) s'intende continuare ad offrire ai visitatori
di Ediancona un panorama d'informazioni su alcuni materiali
per intervenire su problemi riscontrabili più frequentemente
nei propri fabbricati, siano essi in calcestruzzo o muratura
di mattoni e pietra.
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Il degrado di strutture
in c.a. per ossidazione dei ferri
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Negli ultimi cinquanta anni le strutture in c.a. hanno
rappresentato la maggioranza delle costruzioni nuove della
nostra regione; fanno eccezione alcuni casi di struttura
in muratura di mattoni e/o pietra, di solito limitatamente
alle case unifamiliari, e pochissimi casi di strutture in
acciaio e legno.
La diffusione del calcestruzzo armato nelle nuove costruzioni,
a partire dal secondo dopoguerra, non sempre si è sposata
con una cura adeguata in fase di progettazione e, più spesso,
nelle modalità esecutive.
Trascuriamo qui i veri e propri errori d'impostazione progettuale
e gli errori dovuti al... "dolo" delle imprese esecutrici,
perché non mi sembra questa la sede più adatta; per la prima
si rischierebbe di rimanere troppo sul tecnico e di rivolgersi
ad un ristretto gruppo di specialisti; per la seconda si
rischia di affrontare più problemi legali che tecnici; inoltre,
per fortuna, questi casi sono numericamente molto limitati.
Si vuole, invece, affrontare qui la problematica
creata da piccoli errori o sviste che, per fatalità,
trascuratezza, o non conoscenza di problematiche particolari,
creano tante occasioni di inconvenienti che poi si ripercuotono
negativamente sul prodotto finito.
Tralasciamo oggi tutta la categoria di difetti causati da
una progettazione strutturale carente o, comunque, non ottimale
e ci soffermiamo solo su alcuni difetti in fase esecutiva
che portano inevitabilmente a dover intervenire anche a
breve tempo dalla fine della costruzione.
In particolare vogliamo individuare quali sono i motivi
riscontrati più frequentemente che portano ad una precoce
ossidazione delle armature metalliche e quindi al loro precoce
risanamento.
In passato (anni '50), per poca conoscenza della chimica
del calcestruzzo e per ragioni economiche, si è a volte
usato, soprattutto lungo la fascia costiera, come inerte,
sabbia di mare e ghiaia reperita alla foce dei fiumi;
il contenuto di sali in essa è stato tale che nel giro di
pochi decenni le strutture così realizzate sono risultate
del tutto compromesse e per loro è stato necessario la completa
demolizione e sostituzione.
Mi è personalmente capitato di essere chiamato, a Senigallia,
a verificare le condizioni di alcuni solai, realizzati con
quelle piccole pignatte (tipo SAP) che prevedevano opportune
sedi per i ferri principali ad interasse di 20 centimetri,
sia all'intradosso che all'estradosso, che si assemblavano
a piè d'opera ( ... i meno giovani ricorderanno), dove il
ferro, inizialmente del diametro di 10 o 8 millimetri si
era praticamente ridotto ad un filo o era del tutto inesistente.
Per lo stesso motivo, nel centro storico di Senigallia,
a metà degli anni novanta, un ballatoio realizzato (dopo
il terremoto del "30) con travetti in ferro NP e voltine
in mattoni, presentava il pavimento in "marmette" lesionato
longitudinalmente (parallelamente ai travetti); sollevando
con attenzione alcune mattonelle e rimuovendo accuratamente
il sottofondo, completamente disgregato, si è scoperto che
era completamente "svanita" non solo l'anima dei travetti
(più sottile) ma anche, in alcuni tratti, l'ala superiore
(più spessa); il ballatoio si reggeva pertanto solo sulla
piattina dell'ala inferiore (che funzionava ancora a trazione
essendo meno a contatto con i cloruri di sodio della malta
cementizia e del sottofondo) e sul riempimento (che funzionava
ancora a compressione), ma il tutto in uno stato di avanzata
precarietà.
Fortunatamente lo stesso è stato subito sostituito e pertanto
il terremoto del 27 settembre 1997 ha trovato, per fortuna,
una struttura idonea a sopportare le conseguenze delle scosse
sismiche.
Ai giorni nostri la "cultura del calcestruzzo armato" è
tale che questi inconvenienti, dovuti all'uso di un inerte
inadeguato, non si verificano più.
Recentemente, però, mi è capitato di "visitare" un edificio
residenziale unifamiliare che presentava (a detta del proprietario)
gravi problemi di umidità pur essendo costruito in un paese
dell'interno a circa 20 chilometri dalla costa; gli inconvenienti
che si presentavano sia sulle murature di tamponamento che
sulle strutture in c.a. (parte di loro ancora in vista)
erano tali da far presupporre che esistessero altre cause
oltre quelle del "normale" fenomeno di assorbimento per
capillarità o locali fenomeni di condensa invernale.
Dopo un lungo colloquio con i proprietari è emerso che,
per la confezione del calcestruzzo e delle malte cementizie
delle tamponature, era stata usata l'acqua di un vicino
pozzo che (a detta del proprietario) " ... ha sempre
puzzato di uovo marcio ... "; un esame chimico della stessa
acqua ha rivelato che la stessa conteneva solfati (-- SO4),
cloruri (-- Cl) e nitrati (-- NO3) in quantità tale (per
fortuna) da non compromettere l'affidabilità delle strutture,
ma comunque tali da rendere i "prodotti" realizzati (calcestruzzi
e malte) più "portati" ad assorbire acqua per capillarità,
rispetto a quello che sarebbe stato il comportamento "normale"
di un prodotto correttamente confezionato.
Oltre a problemi di "confezionamento" si riscontrano spesso
anche problemi creati da una poca attenta messa in opera
delle armature metalliche.
Fra questi difetti, molto ricorrente, è ancora l'abitudine
di piegare i ferri delle scale in maniera non corretta;
questa cattiva abitudine, specialmente se le solette delle
scale sono esterne, non intonacate e vicine al mare, porta
inevitabilmente all'estroflessione dei ferri con espulsione
verso il basso del copriferro, nella zona dove la rampa
inclinata che sale si collega con la soletta piana del pianerottolo;
la conseguenza è ovviamente la rapida ossidazione degli
stessi ferri che nel giro di pochi anni devono essere protetti
e/o sostituiti con operazioni costose cento volte di più
quello che sarebbe costata una corretta disposizione iniziale.
Spesso poi, prima del getto, capita spesso che gli stessi
carpentieri usino camminare sui ferri appena disposti "in
loco" con l'evidente conseguenza di schiacciare le armature
metalliche contro le sottostanti casserature in legno; al
momento del "disarmo" quel poco di calcestruzzo più fluido
che è riuscito a penetrare sotto i ferri si stacca ed inizia
inevitabilmente il processo di degrado.
Lo stesso tipo d'inconveniente si verifica spesso anche
per i ferri d'intradosso di balconi e cornicioni (specialmente
se previsti con calcestruzzo "a vista") e per le staffe
dei pilastri; è ovvio che, in ogni caso, un corretto dimensionamento
del copriferro, l'uso appropriato di "distanzieri", una
corretta messa in opera e, più drasticamente, l'evitare
l'uso di calcestruzzi faccia a vista, potrebbe limitare
o scongiurare del tutto tale inconveniente.
A volte però non si deve necessariamente far riferimento
a qualche errore di progettazione o di cattiva messa in
opera per determinare la causa dell'ammaloramento dei ferri
all'interno delle strutture in calcestruzzo; semmai è stata
solamente un eccessiva fiducia nel materiale che ha avuto
il consenso incondizionato dei tecnici negli anni sessanta
e settanta.
Ad esempio, a Senigallia, si riscontra un fenomeno
particolare dovuto ad una serie di fattori concomitanti:
dopo il disastroso terremoto del 1930, sia le case
esistenti (danneggiate dal sisma) che quelle di nuova costruzione
sono state dotate di un'abbondante cordolatura in calcestruzzo
armato; si è presa l'abitudine sino a prima della seconda
guerra mondiale di realizzare non solo i normali cordoli
orizzontali in corrispondenza dei solai, ma anche cordoli
verticali negli spigoli esterni ed all'intersezione delle
murature portanti realizzando un "prototipo" di quello che
diventerà poi nel volgere di solo un decennio il vero e
proprio telaio in calcestruzzo armato.
Inoltre si era soliti, spesso, realizzare dei piccoli cordoli
all'interno dei divisori interni all'altezza degli architravi
delle porte, a volte estesi agli architravi delle finestre.
Questo modo di operare è da ritenere, in generale, molto
corretto ed apprezzabile; intervenendo oggi su vecchi edifici
troviamo spesso questo tipo d'accorgimento, che ha permesso
di superare brillantemente i terremoti del 1972 (più forte)
e del 1997 (meno sentito a Senigallia), ed altre piccole
scosse di terremoti minori.
Inconvenienti si sono manifestati però quando questi interventi
si sono effettuati su parti singole dell'edificio; è questo
il caso di un edificio di Montignano che, lesionato in corrispondenza
di uno spigolo durante il terremoto del 1930, durante il
terremoto del 1972 ha subito danni localizzati nello stesso
spigolo dove era stato realizzato un rigido pilastro verticale
intorno a cui la casa ha subito una torsione (nel 1972)
per effetto di un'eccessiva rigidezza dello stesso; si sono
scoperte tutte le staffe per espulsione del copriferro ed
è stato pertanto necessario intervenire di nuovo nello stesso
spigolo.
A volte gli inconvenienti sono stati creati dall'alternarsi
del freddo invernale e del caldo estivo; specialmente
se la parete della casa è stata colorata con una tinta scura
(che assorbe molto le radiazioni solari) può accadere che
fra inverno ed estate ci siano oscillazioni termiche
anche di settanta gradi; basti pensare che nell'inverno
1985 si sono avuti dei minimi di 10 gradi sotto zero a gennaio,
mentre una parete scura, esposta a sud ovest, può raggiungere
in estate temperature superficiali di 60°C; può essere determinante
per la formazione di microfessurazioni nel calcestruzzo
anche un brusco raffreddamento estivo, allorché una parete
assolata e calda venga investita da un abbondante acquazzone;
la temperatura superficiale può abbassarsi rapidamente da
60°C a 20°C.
La differenza di comportamento all'escursione fra il calcestruzzo
(0,000007 m/m x °C) ed il ferro (0,000012 m/m x °C) porta
ad un differente tempo di reazione con creazione di microfessurazioni
con diminuzione di aderenza fra i due materiali.
Successivamente, le microfessurazioni che si vengono a creare
portano ad infiltrazioni di acque meteoriche che, oltre
ad antiestetiche macchie di umidità porteranno successivamente
all'ossidazione dei ferri, con conseguente aumento delle
microlesioni che, nel giro di qualche anno diventeranno
più evidenti, con ulteriore accrescersi del fenomeno dell'ossidazione
dovuto ad ulteriore ingresso di acque meteoriche e di aria
con apporto di cloruri di sodio, specialmente per le zone
esposte a nord-est lungo la fascia costiera.
Si potrebbe continuare a lungo nell'elencare i vari fattori
scatenanti il problema dell'ossidazione delle armature metalliche,
ma andremmo oltre gli spazi abituali di questa rubrica.
Lascio l'eventuale approfondimento all'intervento dei "visitatori"
che potranno arricchire l'argomento con i loro casi personali.
Infine, come sempre, concludo questo intervento raccomandando,
comunque, prima di procedere ad un qualsiasi intervento,
di far esaminare ogni singolo problema da un "esperto".
Anche le presenti considerazioni, in quest'ottica, sono
esclusivamente informative ed orientative; per l'applicazione
al singolo caso particolare è bene evitare pericolosi ed
imprudenti "fai da te".
I materiali di cui parleremo la prossima volta, per procedere
al recupero delle strutture in calcestruzzo ammalorate che
presentano ossidazione dei ferri (recuperabili), sono quelli
prodotti dalla Kerakoll (una delle principali ditte che
operano nel settore del recupero edilizio a livello mondiale).
A risentirci al prossimo approfondimento
o per risolvere casi personali.
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Arch. Ing. Arnaldo Giuseppe Fornaroli
Senigallia
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