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Il mese scorso ho presentato una tipologia
di casa colonica che frequentemente si incontra nelle nostre
campagne; per chi non avesse letto il primo articolo, ricordo
che avevo descritto una casa a base rettangolare, coperta
a due falde, lunga intorno ai sedici metri, larga intorno
agli undici metri, sviluppata su tre piani in altezza: originariamente
il piano terra era destinato a stalla, cantina e ricovero
degli attrezzi agricoli; il primo piano era destinato all'abitazione
mentre la soffitta (non sempre presente) era destinata a dispensa
ed "ammasso" stagionale dei prodotti agricoli.
Vediamo oggi di passare in rapida rassegna le categorie di
problemi che si devono solitamente affrontare quando ci si
appresta a recuperare un'ex casa colonica; ricordando che,
ovviamente, ogni caso è diverso dall'altro, possiamo, molto
sinteticamente dire che dovremo risolvere:
- problemi distributivi,
- problemi strutturali relativi a fondazioni, murature e solai,
- problemi di risanamento di vecchie murature,
- problemi connessi con lo smaltimento delle acque nere.
Gli interventi distributivi vanno naturalmente risolti
nel rispetto delle esigenze abitative dei nuovi proprietari,
sicuramente diverse da quelle dei mezzadri dell'ottocento,
per i quali la casa è stata di solito costruita, ma devono
comunque rispettare, quanto più possibile, i caratteri tipologici
originari dell'edificio su cui si sta intervenendo; caratteri
che vanno non solo rispettati ma anche valorizzati.
Non si tratta, ovviamente, di un'operazione di restauro, per
creare una casa che cristallizzi una realtà del passato che
non trova più corrispondenza nelle richieste di oggi; alcune
modifiche interne sono in genere necessarie ed auspicabili
e normalmente consentite dai regolamenti comunali e di igiene
edilizia.
Non si possono dare regole assolute che devono essere rispettate
sempre ed a tutti i costi; è però molto ricorrente l'esigenza
di ricavare al piano terra il cosiddetto "piano giorno" a
stretto contatto con il giardino circostante; il soggiorno
trova spesso la sua naturale collocazione nell'ex stalla,
quasi sempre il locale più grande e meglio esposto; è necessario
inoltre trovare il giusto posto per un bagno ed un'ampia cucina
al piano terra; a volte può far comodo ricavare al piano terra
anche una camera da letto con bagno.
La scala interna esistente è di solito caratterizzata da un'unica
rampa di 14 o 15 gradini, costituita da alzate molto alte
(a volte più di venti centimetri), con una struttura e con
una collocazione generalmente non idonea alla nuova distribuzione
interna.
Al primo piano troveranno posto le camere da letto, uno studio
ed uno o più bagni; la soffitta si presterà a diverse soluzioni
con la possibilità di creare ambienti particolarmente suggestivi
in funzione dell'attività svolta dai proprietari; la moderna
tecnologia permette oggi di realizzare tetti in legno, di
aspetto tradizionale, ma con caratteristiche di isolamento
termico ottimale, sia per l'inverno che per l'estate, tale
da soddisfare le richieste più esigenti.
Queste necessarie modifiche vanno comunque realizzate rispettando
la trama strutturale originaria, e questo non va inteso come
un vincolo che limita la libertà creativa del progettista,
ma anzi, come un elemento guida dell'intervento, facendo sì
che, a ristrutturazione eseguita, l'aspetto architettonico
originale risulti riconoscibile e valorizzato.
Esternamente queste case presentano, in genere, delle aperture
piuttosto limitate in ampiezza e questo spesso contrasta
con il desiderio dei nuovi proprietari, che vorrebbero aperture
enormi per beneficiare al massimo della vista del paesaggio
circostante, che spesso è il motivo principale dell'acquisto
della "nuova casa".
In genere, però, una volta assicurati i requisiti di legge
per l'aerazione ed illuminazione, (finestre pari almeno ad
un ottavo della superficie dell'ambiente interno da esse illuminato)
si riescono ad avere ottimi risultati da tutti i punti di
vista, ricordando che quasi sempre le finestre delle case
coloniche erano prive di infissi esterni (sportelloni o persiane)
e che la funzione di oscuramento era assicurata da tendine
e battenti di legno, internamente alle finestre, detti appunto
"scuretti".
La persiana (più raramente lo sportellone) era una prerogativa
delle case rurali padronali, che riproducevano, nei particolari,
modelli "urbani" riproposti in campagna dai proprietari di
palazzi cittadini; chi non volesse riproporre "romantiche"
soluzioni con finestre con scuretti interni, senza infissi
esterni, ha a disposizione una vasta gamma di persiane e sportelloni,
purché scelga, per il completamento della facciata, una serie
di elementi architettonici logici e conseguenti: piattabande
in murature, riquadrature, soglie in cotto o pietra, lesene
angolari e marcapiani per le case più importanti.
Si potranno ottenere ottimi risultati armonizzando lesene
d'angolo, marcapiani, riquadrature di porte e finestre, zoccoli
e cornicioni, marciapiedi esterni utilizzando forme e materiali
appropriati; la facciata andrà poi completata da particolari,
apparentemente insignificanti, ma che contribuiscono alla
perfetta riuscita dell'opera architettonica: mi riferisco
ai camini sul tetto, ai corpi illuminanti esterni, alle targhe,
ai campanelli, alla ferramenta per ferma persiane, ai pulisci-scarpe
sempre presenti di fianco all'ingresso delle vecchie case
di campagna etc.
Di ogni cosa si potrebbe parlare a lungo; mi limito a ricordare
che abbiamo, per fortuna, nei nostri paesi e nelle case di
campagna meglio conservate, ancora una fonte inesauribile
di esempi di bellissimi cornicioni, portali, lesene ed altre
modanature da prendere a modello quando si vuole riproporre
una tipologia di facciata tipica del nostro territorio; per
campanilismo vorrei citare il mio paese di nascita (Ostra
Vetere), per obbiettività ne dovrei citare diversi, sicuramente
ricchi di bellissimi esempi nell'uso del mattone per modanature
architettoniche, ma in ogni caso la speranza è che chi opera
oggi abbia il buon gusto di studiare il meglio del passato
per tramandare al futuro il meglio della nostra architettura
tradizionale.
Dal punto di vista strutturale sono spesso necessari
interventi sulle fondazioni, perché in genere quelle esistenti
sono molto superficiali e realizzate con materiali poveri
che favoriscono la risalita d'umidità per capillarità; è ovvio
che ogni caso richiede una "cura personalizzata" che potrà
essere, per i problemi statici, una cordolatura di base, una
sottofondazione, una fondazione su pali o su micropali, mentre,
per i problemi d'umidità (analogamente ai problemi sull'isolamento
termico) si rimanda il navigatore ad altri approfondimenti.
Quasi sempre i solai sono da ricostruire o almeno da
rinforzare; negli ultimi anni c'è sempre di più una maggiore
richiesta di ripristinare i solai in legno tipici della nostra
regione: cioè realizzati con travi, "filetti" in
legno 8 x 4 centimetri e "pianelle" in laterizio.
Riproponibili sono anche quelli con travi e tavolato in
legno; questi materiali tradizionali, abbinati agli accorgimenti
forniti dalla moderna tecnologia e da una corretta posa in
opera, permettono di realizzare solai affidabili e perfettamente
resistenti anche in occasione di eventi sismici; per il legname
s'userà quasi sempre materiale nuovo, mentre le pianelle in
laterizio di recupero permettono di ottenere risultati esteticamente
superiori a quelli ottenuti con materiale nuovo.
Le murature vanno spesso sostituite per tratti nei punti peggiori,
vuoi perché realizzate a "sacco", vuoi perché oggetto di lesioni
non altrimenti recuperabili, vuoi perché impregnate di nitrati
a tal punto da non ritenere possibili operazioni di risanamento
con prodotti tendenti a far cristallizzare i sali e poi a
deumidificare i muri con intonaci porosi; a volte un'operazione
chirurgica è meno "dolorosa" di un'improbabile terapia dagli
esiti incerti.
Se il muro esterno non è "faccia a vista" è proponibile un
cappotto esterno; mi preme ancora una volta puntualizzare
l'esigenza di una corretta scelta della sequenza dei materiali
da utilizzare che dovranno essere sempre più permeabili al
vapore procedendo dall'interno all'esterno per evitare accumuli
di vapore all'interno della muratura con formazione di condensa
che, a lungo tempo, potranno essere responsabili della perdita
di potere coibente del muro stesso e di possibili distacchi
o "bollatura" del pigmento esterno.
Infine, vorrei dire due parole sul problema dello smaltimento
delle acque reflue, siano esse bianche, bionde e nere;
ci si riferisce con queste dizioni, rispettivamente, alle
acque piovane, alle acque di scarico di cucine, lavandini
e docce ed alle acque di scarico dei water-closet dei gabinetti.
Il problema nasce oggi in campagna perché non si ha spesso
nelle vicinanze una fognatura comunale in cui convogliare
i liquami e non si può, ovviamente, continuare a riversare
nei nostri fossi ogni sorta di rifiuti sperando che l'ambiente
possa digerire tutto e sempre; sino a cinquanta anni fa il
problema non sussisteva perché non erano comparsi i detersivi
(i meno giovani ricorderanno ancora la martellante pubblicità
degli anni cinquanta a Tide, Omo, Olà etc.) e le acque nere
venivano riciclate per la stagionale irrorazione dei campi
dopo l'aratura.
Oltre alle normali fosse biologiche e pozzetti sgrassatori,
tipiche anche delle reti di scarico urbane, esistono oggi
vari componenti atti a realizzare dei "sistemi" miranti a
scaricare alla fine del procedimento di depurazione dei liquidi
che possono essere immessi nei normali fossi a cielo aperto
con tutti i "crismi" della legalità; alcuni processi di depurazione
hanno poi la possibilità di servire come nutrimento per molti
tipi di specie arboree e floreali.
Come visto i problemi sono numerosi; vanno affrontati coordinando
la varie operazioni con molta attenzione per evitare di commettere
errori che compromettano l'investimento che si affronta.
A risentirci al prossimo approfondimento.
Senigallia, 12 marzo 2002.
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