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rubrica - febbraio 2002
Questa è la rubrica presentata nel mese di Febbraio.
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La redazione di Ediancona intende offrire ai suoi utenti un nuovo servizio, curato dall'Arch. Ing. Giuseppe Fornaroli, e dall'Ing. Daniele Gianfrini, consistente in un approfondimento di un argomento inerente al tema dell'edilizia, rivolto a tutti i visitatori del "portale", siano essi titolari di imprese, tecnici, rivenditori di materiali edili o, più in generale, a tutte quelle persone che, in questo momento, si trovassero ad affrontare il "problema casa", in tutti i suoi molteplici aspetti. Chiunque fosse interessato, potrà richiedere chiarimenti ed ulteriori informazioni, o potrà proporre altri temi, attraverso il "forum" allestito all'interno del portale o spedendo un e-mail all'indirizzo:info@ediancona.it, oppure contattando direttamente gli autori degli articoli, all'indirizzo giuseppefornaroli@marcheprogetti.it, o, per una maggiore immediatezza telefonando al numero 3396116230.

Con l'approfondimento di questo mese concludiamo con il tema dell'umidità.

LE CASE COLONICHE MARCHIGIANE

(parte prima)
 

Il patrimonio edilizio italiano è piuttosto antico, e quello marchigiano non costituisce certo un'eccezione; dopo il grande sviluppo edilizio degli anni sessanta e settanta, che ha caratterizzato soprattutto l'intensa urbanizzazione della nostra fascia costiera, negli ultimi venti anni si è assistito ad un cambio di tendenza, che ha portato maggiore interesse verso il recupero di abitazioni, precedentemente abbandonate da molti decenni, sia nei nostri centri storici minori che nelle nostre campagne.
I problemi che si presentano a chi interviene sono ovviamente molto diversi in funzione del tipo di edificio su cui si opera, ed è sempre necessaria la presenza di operatori esperti in tutti i settori coinvolti dall'operazione di recupero.
Ridare nuova vita a vecchie costruzioni, che altrimenti sarebbero destinate ad un sempre più rapido degrado, assicurare tutti i comfort moderni pur rispettando i nostri tradizionali valori ambientali ed architettonici, sono motivi di una grande soddisfazione, che i lavori per la costruzione, ex novo, di ville, condomini ed edifici industriali non sempre riescono a dare.

Nel prosieguo dell'articolo userò volutamente alcune parole dialettali, indicandole fra virgolette, perché difficilmente traducibili senza perdere buona parte del loro significato; spero comunque che il senso del discorso sia ugualmente comprensibile.
Lo spazio a disposizione, ovviamente, non può permettermi una trattazione approfondita dell'argomento; per questo nel 1989 ho pubblicato un voluminoso studio in proposito: "La casa rurale marchigiana, esempi dell'hinterland Senigalliese" che prendeva in esame le diverse tipologie abitative presenti storicamente nella nostra campagna: case di terra, case rurali, dimore padronali, case con bigattiera, villini storici di campagna etc.; chi fosse interessato all'argomento, per motivi di studio, può trovare la pubblicazione presso la biblioteca Antonelliana del comune di Senigallia, mentre, chi avesse problemi specifici può prospettarmi direttamente il suo caso personale.

In questo articolo dobbiamo però, necessariamente, rimanere sul generale; prendiamo quindi come esempio una tipologia frequentemente ricorrente nelle nostre campagne: una casa colonica costituita da un corpo principale composto da piano terra, primo piano ed eventuali soffitta e capanna; tale casa, coperta in genere da un tetto in legno a due falde, con manto in coppi, ha dimensioni variabili, orientativamente, da un minimo di dieci metri di lunghezza e sei di larghezza ad un massimo di venti metri di lunghezza e dodici di larghezza; data la ridotta disponibilità di spazio, cercherò di descrivere oggi quello che normalmente è lo stato di fatto, rimandando al prossimo numero la trattazione sui possibili interventi.

In questo tipo di casa, costruito prevalentemente a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo sino alla seconda guerra mondiale, il piano terra è destinato fondamentalmente al ricovero degli animali, degli attrezzi agricoli ed alla cantina; quest'ultima occupava in genere la parte più fresca della casa, mentre la stalla occupava solitamente la zona più calda; agli attrezzi agricoli (biroccio, trincia-foraggi, etc.) era destinata invece la parte centrale degli edifici maggiori, oppure una "capanna" in aderenza alla casa.
Nelle case più grandi la "capanna" costituiva un annesso a parte, a volte di dimensioni considerevoli, destinato al ricovero dei vari attrezzi agricoli, a pollaio e porcile, ed al forno per la settimanale cottura del pane ed occasionalmente per quella di "teje" di "vincisgrassi" o di arrosti di animali da cortile e pomodori e melanzane.
Ritornando alla casa principale, solitamente, dall'ingresso (ridotto quasi sempre a meno di un metro quadrato), con un'unica e ripida rampa di scale con pedata ed alzata in mattoni, si accedeva ad un'ampia cucina, al centro del primo piano, unico locale riscaldato della casa; il riscaldamento era garantito da un camino, attorno al quale ruotava tutta la vita della famiglia, spesso numerosa; dalla stessa cucina si accedeva direttamente alle camere da letto, che, a seconda delle dimensioni della casa, potevano essere due, quattro o sei.
La distribuzione delle camere teneva conto delle diverse esigenze di chi le occupava: secondo una tradizione consolidata quelle più calde (quelle sopra la stalla e dietro il camino) venivano destinate alle coppie di nonni e genitori, mentre quelle più fredde (quelle sopra la cantina) erano lasciate ai giovani, … ma l'addentrarsi in queste considerazioni sugli usi e costumi dei nostri avi ci porterebbe lontano e non fa parte degli obbiettivi del presente articolo.
Completamente assente il bagno, che inizia a comparire a seguito di interventi successivi alla costruzione originale, eseguiti prevalentemente dopo la guerra negli anni cinquanta; compaiono infatti in questo periodo quelle antiestetiche appendici esterne, di dimensioni ridotte, con gli scarichi collegati direttamente con il "grasciaro" (letamaio); in precedenza il bagno era surrogato dalla stalla o da un piccolo capanno esterno, spesso di canne, in prossimità del letamaio.
Il piano soffitta, se presente, veniva destinato a dispensa ed accumulo dei prodotti agricoli conservabili: il grano e le patate venivano stesi sul pavimento, mentre cipolle, aglio e pomodori "pendolini" venivano appesi a soffitto; se la casa non era dotata di grotta anche gli insaccati venivano tenuti in soffitta; in mancanza della soffitta ci si doveva accontentare di una sopra scale a gradoni, il "taraburchio", con analoga funzione di dispensa, accessibile con una piccola porta in un angolo della cucina.
La conoscenza diretta di queste abitudini di vita, che faranno forse sorridere i più giovani, consentono di capire meglio anche le "abitudini" strutturali della casa; infatti non sempre gli impianti originari sono arrivati ai nostri giorni; più spesso, negli anni sessanta e settanta, sono state effettuate modifiche distributive, funzionali e strutturali che, a volte, hanno snaturato l'organismo architettonico originario, con interventi discutibili anche dal punto di vista strutturale.

Cerchiamo di esaminare brevemente la casa dal punto di vista strutturale.

Le fondazioni sono quasi sempre superficiali e costituite da muratura, non sempre di buona qualità, senza un cordolo in calcestruzzo, armato da ferri longitudinali e staffe, che comincia a trovarsi frequentemente solo nelle case costruite dopo il terremoto del 1930.
Le murature portanti sono per lo più a tre teste (circa 45 cm) al piano terra, ed a due teste (circa 30 cm) ai piani superiori; si trovano spesso murature a sacco: murature, cioè, costituite da un paramento esterno ed uno interno con un riempimento realizzato per lo più con terriccio od altro materiale povero; non sempre paramento esterno ed interno sono stati collegati da chiavi in muratura e quindi questi muri presentano spesso delle "pancie" staticamente preoccupanti.
Le aperture per porte e finestre sono in genere piuttosto piccole: le porte sono larghe al massimo un metro (o poco più se a due ante), le finestre della stalla sono larghe circa 80 cm ed alte 50 cm; fa eccezione la porta del locale centrale delle case più grandi se serviva per il ricovero del "biroccio", o la porta delle cantine dimensionate per il passaggio delle botti più grandi anche se le botti a volte sono di dimensioni superiori alle aperture, perché le stesse venivano costruite all'interno dei locali e non più rimosse.

Ritornando però ai problemi strutturali esaminiamo i vari orizzontamenti.

Al piano terra tutti i pavimenti poggiavano in genere direttamente sul terreno; anzi, la cantina spesso aveva il pavimento in "battuto di terra" ed al più vi erano delle cunette in muratura per facilitare lo scolo dell'acqua per la pulizia delle botti e dei tini; la stalla e gli altri locali accessori avevano pavimenti in mattoni; nella stalla il pavimento delle lettiere era qualche centimetro più alto di quello della corsia di servizio per un naturale smaltimento delle urine delle "vacche"; le stalle più grandi avevano due file di mangiatoie con un'unica corsia centrale di servizio; in questo caso, sono presenti colonne in muratura od in ghisa per limitare la luce delle travi del solaio.
Solo raramente nelle case rurali vi sono cantine e grotte; in questi casi, che spesso presuppongono una destinazione particolare dell'edificio originario, i locali interrati sono coperti da volte a botte a tutto sesto o a sesto ribassato, od anche a generatrice policentrica; le volte sono per lo più in muratura ad una testa con sovrastante riempimento in terra.
Il solaio fra piano terra e primo piano, originariamente, aveva sempre un ordito principale costituito da travi di legno, poco lavorate, disposte ad un interasse di poco inferiore al metro; l'ordito secondario, invece, poteva essere o con tavolato in legno oppure con "filetti" di legno e "pianelle"; i "filetti" di legno, larghi in genere otto centimetri ed alti quattro, hanno un interasse di circa trenta centimetri e sostengono le "pianelle" in laterizio aventi dimensioni variabili da zona a zona, ma normalmente lunghe trenta centimetri, larghe quindici e spesse tre.
Le pianelle, con una sigillatura spesso precaria, costituivano poi anche il pavimento del piano superiore, mentre sul tavolato veniva quasi sempre realizzato un pavimento in mattoni o pianelle; è evidente che il solaio con tavolato garantiva una migliore separazione fra piano terra e primo piano e quindi migliori condizioni igieniche.
A volte troviamo però, fra piano terra e primo piano solai in travi di ferro NP e voltine di mattoni, oppure travi in calcestruzzo precompresso tipo "Varese" e tavelloni in laterizio; nel primo caso può trattarsi di un rifacimento degli anni trenta o di una costruzione originaria se tutto l'impianto della casa è relativamente recente; nel secondo caso, invece, si tratta sicuramente di interventi degli anni sessanta e settanta quando molti vecchi solai in legno furono sostituiti con altri in calcestruzzo ritenuti (a volte a torto) migliori.
Gli architravi di porte e finestre possono essere in legno oppure in mattoni ricorrendo a piattabande per piccole luci, o ad archi ribassati per luci maggiori; la presenza di architravi in calcestruzzo o in ferro è sinonimo di intervento successivo.
Fra primo piano e soffitta troviamo solai del tutto simili a quelli del piano inferiore, se la soffitta è praticabile; a volte sono presenti nelle camere delle soffittature in canne e gesso, sorrette da tavole poste in opera di coltello all'estradosso della "cannucciaia"; tali soffittature garantivano migliore igiene e migliore difesa rispetto al freddo invernale ed al caldo estivo.
La copertura era in genere a due falde; le coperture a quattro falde erano solitamente una prerogativa delle dimore padronali; la struttura era costituita, come per i solai piani, da travi in legno, filetti e pianelle; il manto che garantiva lo smaltimento dell'acqua piovana era costituito sempre da coppi; quasi mai erano presenti grondaie e discendenti.
I cornicioni erano realizzati con tre o più file di mattoni sempre più aggettanti; esistono anche per i cornicioni tipologie più ricorrenti di altre; ad esempio fra quelli a tre file di mattoni molto frequenti sono quelli che prevedono la fila centrale di mattoni disposti a 45 gradi rispetto al fronte della casa; altre volte si trovano cornicioni che ripropongono modelli ripresi dai cornicioni dei palazzi dei proprietari nei paesi e città di loro provenienza: si trovano pertanto cornicioni a "dentelli" costituiti anche da sette od otto file di mattoni.
Cornicioni in legno od altri materiali sono piuttosto rari; mi è capitato, comunque di partecipare negli anni ottanta al restauro di una casa con i muri portanti in terra ed il cornicione in canne, ma si tratta di un caso piuttosto raro nella nostra campagna.
Un cenno va fatto anche sui comignoli; anche qui le nostre case di campagna rispettavano dei "tipi" che varrebbe la pena di mantenere; realizzati prevalentemente in mattoni e coppi sono ancora validi e riproponibili, certo con tutte quelle precauzioni di isolamento esterno per garantire un perfetto tiraggio a camini e caldaie, ma nel rispetto di un ambiente che mal sopporta i camini in "Eternit" degli anni sessanta o quelli in elementi di calcestruzzo o in lamiera.

Nel prossimo numero esamineremo quelli che sono normalmente gli interventi più usuali per permetterci di … "vivere modernamente nell'antico", con i vantaggi offerti dalla moderna tecnologia, ma rispettando e valorizzando il fascino degli ambienti tradizionali.


Senigallia, 06 febbraio 2002.

 

Arch. Ing. Giuseppe Fornaroli
Senigallia


 
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