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Il patrimonio edilizio italiano è
piuttosto antico, e quello marchigiano non costituisce
certo un'eccezione; dopo il grande sviluppo edilizio degli
anni sessanta e settanta, che ha caratterizzato soprattutto
l'intensa urbanizzazione della nostra fascia costiera, negli
ultimi venti anni si è assistito ad un cambio di tendenza,
che ha portato maggiore interesse verso il recupero di
abitazioni, precedentemente abbandonate da molti decenni,
sia nei nostri centri storici minori che nelle nostre campagne.
I problemi che si presentano a chi interviene sono ovviamente
molto diversi in funzione del tipo di edificio su cui si opera,
ed è sempre necessaria la presenza di operatori esperti in
tutti i settori coinvolti dall'operazione di recupero.
Ridare nuova vita a vecchie costruzioni, che altrimenti
sarebbero destinate ad un sempre più rapido degrado, assicurare
tutti i comfort moderni pur rispettando i nostri tradizionali
valori ambientali ed architettonici, sono motivi di
una grande soddisfazione, che i lavori per la costruzione,
ex novo, di ville, condomini ed edifici industriali non sempre
riescono a dare.
Nel prosieguo dell'articolo userò volutamente alcune parole
dialettali, indicandole fra virgolette, perché difficilmente
traducibili senza perdere buona parte del loro significato;
spero comunque che il senso del discorso sia ugualmente comprensibile.
Lo spazio a disposizione, ovviamente, non può permettermi
una trattazione approfondita dell'argomento; per questo nel
1989 ho pubblicato un voluminoso studio in proposito: "La
casa rurale marchigiana, esempi dell'hinterland Senigalliese"
che prendeva in esame le diverse tipologie abitative presenti
storicamente nella nostra campagna: case di terra, case rurali,
dimore padronali, case con bigattiera, villini storici di
campagna etc.; chi fosse interessato all'argomento, per motivi
di studio, può trovare la pubblicazione presso la biblioteca
Antonelliana del comune di Senigallia, mentre, chi avesse
problemi specifici può prospettarmi direttamente il suo caso
personale.
In questo articolo dobbiamo però, necessariamente, rimanere
sul generale; prendiamo quindi come esempio una tipologia
frequentemente ricorrente nelle nostre campagne: una
casa colonica costituita da un corpo principale composto da
piano terra, primo piano ed eventuali soffitta e capanna;
tale casa, coperta in genere da un tetto in legno a due falde,
con manto in coppi, ha dimensioni variabili, orientativamente,
da un minimo di dieci metri di lunghezza e sei di larghezza
ad un massimo di venti metri di lunghezza e dodici di larghezza;
data la ridotta disponibilità di spazio, cercherò di descrivere
oggi quello che normalmente è lo stato di fatto, rimandando
al prossimo numero la trattazione sui possibili interventi.
In questo tipo di casa, costruito prevalentemente a partire
dalla seconda metà del diciannovesimo secolo sino alla seconda
guerra mondiale, il piano terra è destinato fondamentalmente
al ricovero degli animali, degli attrezzi agricoli ed alla
cantina; quest'ultima occupava in genere la parte più fresca
della casa, mentre la stalla occupava solitamente la zona
più calda; agli attrezzi agricoli (biroccio, trincia-foraggi,
etc.) era destinata invece la parte centrale degli edifici
maggiori, oppure una "capanna" in aderenza alla casa.
Nelle case più grandi la "capanna" costituiva un annesso a
parte, a volte di dimensioni considerevoli, destinato al ricovero
dei vari attrezzi agricoli, a pollaio e porcile, ed al forno
per la settimanale cottura del pane ed occasionalmente per
quella di "teje" di "vincisgrassi" o di arrosti di animali
da cortile e pomodori e melanzane.
Ritornando alla casa principale, solitamente, dall'ingresso
(ridotto quasi sempre a meno di un metro quadrato), con un'unica
e ripida rampa di scale con pedata ed alzata in mattoni, si
accedeva ad un'ampia cucina, al centro del primo piano,
unico locale riscaldato della casa; il riscaldamento era garantito
da un camino, attorno al quale ruotava tutta la vita della
famiglia, spesso numerosa; dalla stessa cucina si accedeva
direttamente alle camere da letto, che, a seconda delle dimensioni
della casa, potevano essere due, quattro o sei.
La distribuzione delle camere teneva conto delle diverse esigenze
di chi le occupava: secondo una tradizione consolidata quelle
più calde (quelle sopra la stalla e dietro il camino) venivano
destinate alle coppie di nonni e genitori, mentre quelle più
fredde (quelle sopra la cantina) erano lasciate ai giovani,
… ma l'addentrarsi in queste considerazioni sugli usi e costumi
dei nostri avi ci porterebbe lontano e non fa parte degli
obbiettivi del presente articolo.
Completamente assente il bagno, che inizia a comparire
a seguito di interventi successivi alla costruzione originale,
eseguiti prevalentemente dopo la guerra negli anni cinquanta;
compaiono infatti in questo periodo quelle antiestetiche appendici
esterne, di dimensioni ridotte, con gli scarichi collegati
direttamente con il "grasciaro" (letamaio); in precedenza
il bagno era surrogato dalla stalla o da un piccolo capanno
esterno, spesso di canne, in prossimità del letamaio.
Il piano soffitta, se presente, veniva destinato a
dispensa ed accumulo dei prodotti agricoli conservabili: il
grano e le patate venivano stesi sul pavimento, mentre cipolle,
aglio e pomodori "pendolini" venivano appesi a soffitto; se
la casa non era dotata di grotta anche gli insaccati venivano
tenuti in soffitta; in mancanza della soffitta ci si doveva
accontentare di una sopra scale a gradoni, il "taraburchio",
con analoga funzione di dispensa, accessibile con una piccola
porta in un angolo della cucina.
La conoscenza diretta di queste abitudini di vita, che faranno
forse sorridere i più giovani, consentono di capire meglio
anche le "abitudini" strutturali della casa; infatti non sempre
gli impianti originari sono arrivati ai nostri giorni; più
spesso, negli anni sessanta e settanta, sono state effettuate
modifiche distributive, funzionali e strutturali che, a volte,
hanno snaturato l'organismo architettonico originario, con
interventi discutibili anche dal punto di vista strutturale.
Cerchiamo di esaminare brevemente la casa dal punto di vista
strutturale.
Le fondazioni sono quasi sempre superficiali e costituite
da muratura, non sempre di buona qualità, senza un cordolo
in calcestruzzo, armato da ferri longitudinali e staffe, che
comincia a trovarsi frequentemente solo nelle case costruite
dopo il terremoto del 1930.
Le murature portanti sono per lo più a tre teste (circa
45 cm) al piano terra, ed a due teste (circa 30 cm) ai piani
superiori; si trovano spesso murature a sacco: murature, cioè,
costituite da un paramento esterno ed uno interno con un riempimento
realizzato per lo più con terriccio od altro materiale povero;
non sempre paramento esterno ed interno sono stati collegati
da chiavi in muratura e quindi questi muri presentano spesso
delle "pancie" staticamente preoccupanti.
Le aperture per porte e finestre sono in genere piuttosto
piccole: le porte sono larghe al massimo un metro (o poco
più se a due ante), le finestre della stalla sono larghe circa
80 cm ed alte 50 cm; fa eccezione la porta del locale centrale
delle case più grandi se serviva per il ricovero del "biroccio",
o la porta delle cantine dimensionate per il passaggio delle
botti più grandi anche se le botti a volte sono di dimensioni
superiori alle aperture, perché le stesse venivano costruite
all'interno dei locali e non più rimosse.
Ritornando però ai problemi strutturali esaminiamo i vari
orizzontamenti.
Al piano terra tutti i pavimenti poggiavano in genere
direttamente sul terreno; anzi, la cantina spesso aveva il
pavimento in "battuto di terra" ed al più vi erano delle cunette
in muratura per facilitare lo scolo dell'acqua per la pulizia
delle botti e dei tini; la stalla e gli altri locali accessori
avevano pavimenti in mattoni; nella stalla il pavimento delle
lettiere era qualche centimetro più alto di quello della corsia
di servizio per un naturale smaltimento delle urine delle
"vacche"; le stalle più grandi avevano due file di mangiatoie
con un'unica corsia centrale di servizio; in questo caso,
sono presenti colonne in muratura od in ghisa per limitare
la luce delle travi del solaio.
Solo raramente nelle case rurali vi sono cantine e grotte;
in questi casi, che spesso presuppongono una destinazione
particolare dell'edificio originario, i locali interrati sono
coperti da volte a botte a tutto sesto o a sesto ribassato,
od anche a generatrice policentrica; le volte sono per lo
più in muratura ad una testa con sovrastante riempimento in
terra.
Il solaio fra piano terra e primo piano, originariamente,
aveva sempre un ordito principale costituito da travi di legno,
poco lavorate, disposte ad un interasse di poco inferiore
al metro; l'ordito secondario, invece, poteva essere o con
tavolato in legno oppure con "filetti" di legno e "pianelle";
i "filetti" di legno, larghi in genere otto centimetri ed
alti quattro, hanno un interasse di circa trenta centimetri
e sostengono le "pianelle" in laterizio aventi dimensioni
variabili da zona a zona, ma normalmente lunghe trenta centimetri,
larghe quindici e spesse tre.
Le pianelle, con una sigillatura spesso precaria, costituivano
poi anche il pavimento del piano superiore, mentre sul tavolato
veniva quasi sempre realizzato un pavimento in mattoni o pianelle;
è evidente che il solaio con tavolato garantiva una migliore
separazione fra piano terra e primo piano e quindi migliori
condizioni igieniche.
A volte troviamo però, fra piano terra e primo piano solai
in travi di ferro NP e voltine di mattoni, oppure travi in
calcestruzzo precompresso tipo "Varese" e tavelloni in laterizio;
nel primo caso può trattarsi di un rifacimento degli anni
trenta o di una costruzione originaria se tutto l'impianto
della casa è relativamente recente; nel secondo caso, invece,
si tratta sicuramente di interventi degli anni sessanta e
settanta quando molti vecchi solai in legno furono sostituiti
con altri in calcestruzzo ritenuti (a volte a torto) migliori.
Gli architravi di porte e finestre possono essere in legno
oppure in mattoni ricorrendo a piattabande per piccole luci,
o ad archi ribassati per luci maggiori; la presenza di architravi
in calcestruzzo o in ferro è sinonimo di intervento successivo.
Fra primo piano e soffitta troviamo solai del tutto
simili a quelli del piano inferiore, se la soffitta è praticabile;
a volte sono presenti nelle camere delle soffittature in canne
e gesso, sorrette da tavole poste in opera di coltello all'estradosso
della "cannucciaia"; tali soffittature garantivano migliore
igiene e migliore difesa rispetto al freddo invernale ed al
caldo estivo.
La copertura era in genere a due falde; le coperture
a quattro falde erano solitamente una prerogativa delle dimore
padronali; la struttura era costituita, come per i solai piani,
da travi in legno, filetti e pianelle; il manto che garantiva
lo smaltimento dell'acqua piovana era costituito sempre da
coppi; quasi mai erano presenti grondaie e discendenti.
I cornicioni erano realizzati con tre o più file di
mattoni sempre più aggettanti; esistono anche per i
cornicioni tipologie più ricorrenti di altre; ad esempio fra
quelli a tre file di mattoni molto frequenti sono quelli che
prevedono la fila centrale di mattoni disposti a 45 gradi
rispetto al fronte della casa; altre volte si trovano cornicioni
che ripropongono modelli ripresi dai cornicioni dei palazzi
dei proprietari nei paesi e città di loro provenienza: si
trovano pertanto cornicioni a "dentelli" costituiti anche
da sette od otto file di mattoni.
Cornicioni in legno od altri materiali sono piuttosto
rari; mi è capitato, comunque di partecipare negli anni ottanta
al restauro di una casa con i muri portanti in terra ed il
cornicione in canne, ma si tratta di un caso piuttosto raro
nella nostra campagna.
Un cenno va fatto anche sui comignoli; anche qui le nostre
case di campagna rispettavano dei "tipi" che varrebbe la pena
di mantenere; realizzati prevalentemente in mattoni e coppi
sono ancora validi e riproponibili, certo con tutte quelle
precauzioni di isolamento esterno per garantire un perfetto
tiraggio a camini e caldaie, ma nel rispetto di un ambiente
che mal sopporta i camini in "Eternit" degli anni sessanta
o quelli in elementi di calcestruzzo o in lamiera.
Nel prossimo numero esamineremo quelli che sono normalmente
gli interventi più usuali per permetterci di … "vivere modernamente
nell'antico", con i vantaggi offerti dalla moderna tecnologia,
ma rispettando e valorizzando il fascino degli ambienti tradizionali.
Senigallia, 06 febbraio 2002.
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